Autore: Roberto Vallerignani
Editore: Edizioni Dalietta
Genere: giallo, noir
Pagine: 284

A Villa Paradiso le giornate sembrano interminabili. In un agosto inaspettatamente grigio, i malati in riabilitazione, privi di capacità motorie, guardano dalle finestre la pioggia battente. Sembra quasi impossibile che, con tutti questi occhi – dalla perenne vigilanza data dalla disponibilità di tempo e dalla noia –, nel ricovero possa addirittura aver luogo un efferato omicidio senza che nessuno se ne accorga.

Ed è invece proprio questo lo scenario che trovano gli agenti di polizia quando varcano la soglia della villa, considerata da molti il simbolo della monotonia quotidiana: due persone, un uomo e una giovane, giacciono privi di vita in una stanza senza una plausibile spiegazione. Non è facile, per il commissariato, riuscire a gestire le indagini a cavallo di Ferragosto: pochi sono gli agenti in servizio, e paradossalmente è una fortuna che a un arguto ispettore sia stata posticipata la data di pensionamento, conducendolo a prendere in mano un caso di difficile risoluzione. Tutto sembra concorrere all’impossibilità di trovare un colpevole: alla dinamica del delitto, particolarmente “pulito”, alla “doppia vita” delle vittime e alla mancanza di un movente palese (o, meglio, alla grande quantità di ragioni possibili) si aggiungono infatti le pressioni di chi, dall’alto, spinge per una rapida conclusione: propendono per una soluzione taroccata, infatti, la politica – di cui le imminenti elezioni costituiscono l’acceleratore – e la stampa che, di conseguenza, non perde l’occasione di sottolineare storture e demeriti dell’amministazione cittadina.

Non è facile inquadrare in un genere preciso le quasi trecento pagine di Bentornati a Villa Paradiso, l’ultimo libro di Roberto Vallerignani, che dopo Angelo Ingordo (2014) torna non solo a misurarsi con gli elementi del giallo ma anche con il medesimo protagonista, quell’ispettore Antonelli che costituisce l’unico punto fermo di un romanzo dagli spunti eterogenei. Sembrano infatti tormentati (e, allo stesso tempo, piuttosto annoiati) gli incaricati di seguire le indagini, dall’agente costretto a rimandare le ferie a un medico legale dall’attitudine smarrita, fino al commissario stesso, che tra un interrogatorio e un’intervista si ritrova a cercare, nella bellezza della poesia, uno spessore intimo, prezioso, in grado di riscaldare una realtà di cruda freddezza. Non c’è una grande distinzione, nella vicenda, tra colpevoli e innocenti, tra accusanti e sospettati, nella perenne sensazione che tutti (e, di riflesso, anche chi legge) siano allo stesso tempo angeli e demoni. Ciascuno dei personaggi ha una dimensione complessa, a partire dalla donna uccisa, una ragazza bellissima che, agli occhi di tutti – tarati dai pregiudizi di una società dell’immagine, che identifica la bellezza nella superficialità –, per il suo aspetto stona con l’ambiente circostante; come se un ricovero, considerato un parcheggio per reietti, non fosse “degno” di una figura da copertina patinata.

L’elemento più spiazzante e pessimistico, tuttavia, sta nella parzialità della denuncia sociale: se inizialmente l’autore sembra voler smontare i pregiudizi (la ragazza dimostra, per esempio, di possedere parallelamente al valore esteriore anche una comprovata sensibilità), in seguito non fa che ricostruire gli stereotipi, in un clima di ambiguità che fatica a distinguere il bene dal male (la giovane, in effetti, si svela nel più banale dei cliché accompagnandosi a uomini più vecchi e potenti in cambio di favori).

Nella difficoltà di identificare dei contorni netti che si insinua quindi, discretamente, una costante nota di nichilismo, che porta i personaggi stessi, consapevoli quanto il lettore, della contrapposizione tra realtà e apparenza, a sperimentare una profonda solitudine. Gli attori di questo set, infatti, sono davvero troppi, e sembrano moltiplicarsi tra conversazioni e pensieri quasi privi di direzione, incapaci nella folla di creare legami autentici, o – più semplicemente – abbandonati temporaneamente dai propri affetti a causa delle contingenze.

Solo l’ispettore Antonelli tiene alta, infine, la bandiera della serenità famigliare: simbolico è il piatto caldo a cui egli può tornare ogni sera lasciando fuori (per quanto possibile) le brutture del mondo, così come simbolici sono il frigo vuoto e le solitarie birre del commissario Tomassini e dell’agente Baldi che, più di una volta, si recano a cercare nella stessa famiglia Antonelli un po’ di calore e di normalità. Schiacciante è, infine, la solitudine dei malati di Villa Paradiso: ultimi tra gli ultimi, circondati da infermieri e fisioterapisti, nella loro impossibilità di interazione costituiscono l’estremo emblema di una società di individui muti e bloccati nell’immobilità. Sarà solo scavando tra le pieghe più recondite dei pensieri di questi che, tuttavia, l’ispettore scoprirà la verità, in un epilogo che, lungi dall’essere consolatorio, spiega tuttavia una volta di più che le risposte sono accessibili solo a chi sa andare oltre le apparenze.

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