Milanese, 70 anni, segni particolari 45 anni da bluesman e non sentirli
Ha suonato con storici musicisti come Frank Zappa, Chuck Leavell, Billy Gibbons, Buddy Whittington… tanto per fare qualche nome. Doveva accompagnare in un pezzo Mike Bloomfield e alla fine è rimasto sul palco a  suonare con lui per tutto il concerto.
Nel 2015 con la sua band ha accompagnato il tour italiano dei Deep Purple e nel 2017, al Circo Massimo, ha fatto da apertura a Bruce Springsteen.
In Italia ha collaborato alle incisioni di molti nomi noti, Mina, Fortis, Elio e le Storie Tese, Branduardi, Vecchioni, Bertoli, Finardi, Cocciante, i Pooh, Ivan Graziani…e l’elenco è lunghissimo.

“Un anno ho anche fatto parte del coro di Fausto Leali a Sanremo” confessa inarcando le sopracciglia.

E’ lunga da raccontare la storia di questo immenso musicista, che da 45 anni soffia in quell’armonica che è al tempo stesso il suo grande amore, la sua coperta di Linus, la sua anima, la sua potente “arma” per comunicare e conquistare il pubblico.
Il suo nome non figura negli annali dei festival della canzone. Non trovate i suoi dischi nelle classifiche.

Questo “ragazzo”, che a fine anno compirà 70 anni, di nome fa Fabio Treves ed è l’unico, autentico, grande bluesman italiano.
Così, capita che abitiamo a poche centinaia di metri l‘uno dall’altro. Ci si incontra, ci si saluta, si fanno due chiacchiere. Lui si ferma di continuo a salutare o ad affacciarsi in qualche bottega, perché lui è così, affabile, cordiale e gentile con tutti.
Con lui non ha senso l’idea della classica intervista “a domanda risponde”, perché la personalità e il vissuto
di Fabio Treves sono travolgenti, la sua energia è esplosiva e, come la sua musica, arriva dritta dritta.
“Ero già appassionato di blues negli anni ‘60. A Milano non trovavi notizie, riviste, dischi. Andavo a comprarli a Lugano.

Mi sono avvicinato alla musica di John Mayall, di Alexis Korner e da lì sono andato a ritroso alla scoperta delle origini della musica nera.
Negli anni ‘70 la musica alternativa alla melodia italiana, sull’onda di quanto arrivava dall’estero, era il progressive, il rock, la musica di protesta, il jazz d’avanguardia. Volevo fare musica e ho deciso di inserirmi nel cambiamento musicale che era in atto, proponendo una musica diversa dalle altre, innovativa. Ho seguito la mia passione, ho scelto il blues.
Nel 1974 è nata la Treves Blues Band. Non è stato facile perché non era musica di appeal, non c’erano giornalisti appassionati di blues che ne scrivessero e lo diffondessero. Fai jazz mi chiedevano. No blues. Si la stessa roba, mi dicevano alzando le spalle.
Il primo album della Treves Blues Band è del 1976. Lo abbiamo registrato in un pomeriggio, in modo molto artigianale, semplice, istintivo.
Nel 1978, Renzo Arbore mi ha chiamato in Rai a L’altra Domenica e mi ha fatto conoscere alla gente.
Non mi sembra vero che siano passati così tanti anni”.
Però non dai l’impressione di avere rimpianti tipo “Se fossi nato sulle rive del Mississippi o a Chicago”.
“Sono ampiamente soddisfatto di quello che ho fatto. Diffondere il blues è per me una missione.

Ho suonato blues con grandi musicisti, dei miti. Ho ideato e organizzato rassegne blues che sono cresciute e oggi sono eventi internazionali.
Sono orgoglioso di essere chiamato nelle scuole, nelle università a portare la mia esperienza, a parlare di musica ai giovani.
Ma soprattutto sono fiero di aver portato il blues nei posti dove c’è davvero sofferenza. Musica di solidarietà, di terapia, senza proclami, senza pubblicità, in sordina come mia abitudine”.
Cos’è blues?
“Blues non è solo musica. E’ uno stato d’animo, è l’espressione della vita di ognuno, di ogni istante, di ogni situazione.
Tutta la musica è blues, eseguito in modo diverso, con diversi strumenti e ritmi ma è sempre blues. Non è l’etichetta che fa la musica. Il blues va aldilà delle etichette”.
Una musica un po’ di altri tempi però.

“Al contrario! I blues di Bessie Smith registrati nel 1927, quasi cento anni fa, già raccontavano di violenza domestica.
Così come Robert Johnson, le work songs parlavano di soprusi, segregazione, carcere, violenza, droga, disperazione.
Temi più attuali che mai”.
Il tuo modo di fare musica è istintivo, passionale. Com’è il tuo rapporto con la sala d’incisione?
“Farei duecento concerti piuttosto che registrare un disco.
E difatti ho inciso diversi album live. Io eseguo istintivamente, non rifaccio, per me è buona la prima.
Altrimenti viene un’altra cosa.
Dal vivo mi esalto quando a un certo punto ci guardiamo tra di noi, fermiamo tutto e con pochi strumenti acustici improvvisiamo un blues vecchio di ottant’anni e la gente impazzisce con noi”.
L’impressione che trasmetti è di serenità. Di una persona onesta, sincera.
“A 70 anni ho ancora voglia di farmi ore e ore col furgone, per andare in giro a suonare.
Mi dedico molto alla promozione dei concerti. Non ho un ufficio stampa, una segretaria, un manager.
Faccio tutto da solo. Se mi scrivi o mi telefoni ti rispondo io. Mi piace avere un contatto diretto con il pubblico. La gente queste cose le apprezza, le comprende”.
Ti hanno affibbiato l’appellativo di “Puma di Lambrate”. Cos’è importante per il Puma?
L’emozione. Credo valga non solo per un musicista ma per qualsiasi artista. L’emozione ti cattura, ti coinvolge, ti fa perdere la cognizione del tempo. Mi dà orgoglio quando nei concerti la gente non si accorge che abbiamo suonato per due ore e ne vuole ancora, non gli basta.

E quando viene qualcuno che non ci conosce o giovanissimi che scoprono il blues e se ne innamorano, è un’emozione ancora più forte, è magia.
Confessa dai, prima o poi ti vedremo nelle vesti di giudice in un talent.
“No per carità. Il concetto di fondo sbagliato è che la bravura sia legata alla vittoria, al somigliare a cantanti famosi.

Se i parametri sono questi, arriverà prima o poi qualcuno più bravo di te e scomparirai.
Dai talent escono interpreti, bravi, bravissimi ma non musicisti”.
Per festeggiare il compleanno hai promosso un nuovo tour “70 in Blues”. Il prossimo appuntamento?
“Apriremo la prima serata di Milano Blues Sessions, in programma il 3 e 4 maggio al teatro San Babila di Milano.


E poi tante serate in tutta Italia. Un segno che il blues mi ha portato buono”.
E come dice il Puma, l’emozione fa perdere la cognizione del tempo. Dovevamo vederci una mezzoretta per una chiacchierata e dopo quasi due ore siamo ancora qui al tavolino del bar. Ma é inevitabile. Fabio Treves di emozione ne suscita tanta, con i suoi aneddoti di “quella volta che…”, le riflessioni, con i “ti ricordi…” e i nomi di musicisti, di gruppi, di brani snocciolati come grani di un rosario di storia della musica.
E così capita che questo pomeriggio è passato tra malinconia, nostalgia, ma anche energia ed esaltazione…
ma forse è solo blues!

Fabio Treves in radio: ideatore e conduttore di Life in blues, dal lunedì al venerdì su Lifegate
Sul web: www.trevesbluesband.com dove potete anche vedere una ampia gallery di foto storiche con grandi personaggi della musica.

Steve Fortunato

Intervista pubblicata in collaborazione con

www.postgarage.club

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