A cura di Sabrina Antenucci

L’altra sera ho incontrato una ragazza ad una cena a casa mia.

Prima ancora di presentarsi si è avvicinata e mi ha corretta. Avevo appena detto “Benvenuti, spero che vi sentiate a casa vostra. L’unica regola della tavola è che ci si deve sedere alternativamente, un uomo e una donna” quando lei ha puntualizzato “più che regola della casa lo dice il Galateo”.

L’ho guardata con un sorriso e le ho detto ‘sono docente di bon ton e Galateo’; si è girata dandomi le spalle e non mi ha quasi più rivolto la parola. Verso le undici era stanca e ha deciso di andare a casa, scordandosi di salutare tutti gli ospiti presenti.

Sorvolerei sulla mancanza di delicatezza della frase iniziale e mi focalizzerei su quella finale. Uscire da una casa senza salutare i commensali è una scortesia inaccettabile. Lo è forse ancor di più se a farlo è una signorina che per tutta la sera è stata in disparte con l’aria di chi avrebbe voluto insegnare l’educazione a tutti.

Il Galateo, lo sappiamo, è un testo che elenca le regole per comportarsi correttamente in società.

Il bon ton è un insieme di modi di fare, non vere e proprie regole, che unite alla buona educazione danno un’allure di eleganza e raffinatezza. Quando entro in aula per un corso di bon ton la prima cosa che dico ai miei studenti, prima ancora di presentarmi è “quanti di voi hanno un tatuaggio?” e aspetto che alzino le mani.

Poi formulo la seconda domanda “secondo voi il Galateo consente ad una signora o a un  gentiluomo di avere tatuaggi, specie se in vista?”. Generalmente mi rispondono di no, e generalmente la risposta arriva dagli studenti che non hanno tatuaggi. A quel punto sollevo la manica sinistra della giacca e mostro i due tatuaggi che ho sull’avambraccio. Sorrido e mi presento: “Sono Sabrina Antenucci e sono la vostra docente di bon ton”

Può sembrare un controsenso, in realtà è la chiave del bon ton, secondo me: come abbiamo detto non stiamo parlando di un insieme di regole avulse dalla quotidianità; non c’è un decalogo da seguire, ma un modo per far sì che si possa essere se stessi e vivere bene in società. E quando dico ‘vivere bene’ intendo sentirsi a proprio agio in ogni occasione, ricordandosi di far sentire a proprio agio anche chiunque si incontri anche solo per un secondo. Partiamo dalla base: il bon ton è la gentilezza dell’animo. Se poi quest’animo indossa un tubino nero, scarpe chiuse, un filo di perle e una buona forma nell’esprimersi, siamo a cavallo.

Il bon ton, quindi, è la gentilezza dell’animo che si presenta in società …

                        Sabrina Antenucci

1 COMMENTO

  1. Forse per la “rapidità” dell’articolo e dell’aneddoto, manca un dato fondamentale:
    il “Galateo” (a parte il titolo del libro di Monsignor Della Casa) è diventato un insieme di “regole” e quindi di cerimoniale, in cui si prevedono anche le scalature di cariche, titoli e anche ministeri per organizzare il “placement” ai pranzi ufficiali.
    Il “Bon Ton” dovrebbe essere l’applicazione delle regole, eventualmente “modificate” a causa della regola base, che molti dimenticano, e che metterò in maiuscolo solo per farla emergere graficamete (chiedo perdono per il bon ton del web appunto):
    MAI METTERE IN IMBARAZZO GLI ALTRI, SOPRATTUTTO SE OSPITI.

    Se l’ospite di riguardo è un maleducato cafone, andrà comunque assecondato senza che sia messo in imabarazzo, (a meno di non mettere in atto alcune strategie consentite che non dirò qui), e ci si limiterà a non invitarlo più.

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