L’opera pittorica di Stefano Magnani parte da un’indagine interiorizzata e meditata sulla realtà mondana e sulla trascendenza, affrontabile a più livelli: dapprima quello estetico, fondato sulla percezione della bellezza e dell’euritmia che si rispecchia in questi lavori, corrispondente a quell’armonia cosmica sottesa al gioco delle pure parvenze che rimandano all’essenza, e riflettentisi nell’Uno e nel Tutto, concetto e senso che sta alla base della poetica dell’artista e che si articola in differenti e coerenti modelli rappresentativi.

Possiamo individuare un secondo livello di lettura nella ricerca dei significati inclusi nella vastità di simboli, linee, forme colori che costituiscono il cardine figurativo della sua arte e che riportano a contenuti e stilemi riconoscibili nella Geometria e nella Matematica Sacra, nella mistica indiana, in particolare nei trattati delle Upanishad, ultima parte dei testi vedici, nell’Astrologia Karmica, come in alcuni importanti filoni e personalità storico-artistiche che hanno improntato di sé le riflessioni all’origine di queste pitture: dal Surrealismo daliniano alle architetture impossibili di Piranesi e Escher

al “teatro della vita” ensoriano, al biomeccanicismo nell’immaginario fantastico di un artista postmoderno qual è stato Hans Ruedi Giger.

Un terzo livello è ravvisabile nel presentimento sottile del mistero nascosto al di là delle apparenze fisiche delle cose, oltre l’impianto figurativo, in quelle regioni della coscienza individuale che, secondo i testi indiani, collegata alla coscienza collettiva supera l’aspetto fisico delle cose, la concretezza dei pensieri e dei concetti per arrivare attraverso l’intuizione, la devozione, la meditazione, il sacrificio, alla beatitudine e al ritorno all’Assoluto.
Tutto questo, com’è ovvio, nello spazio di un dipinto non è attuabile, ma ciò che i lavori dell’artista riescono a realizzare, raggiungendo abilmente il bersaglio di una comunicazione ad un piano immediato, istintivo, è quello di configurarsi quali “luoghi”, compiuti e conclusi, in cui la scena si svolge, l’immenso teatro dell’ umano procede verso il suo smascheramento, spazio e tempo s’incontrano e viene prefigurata un’auspicabile liberazione dalle cure e dalle passioni terrene, da tutti gli inutili e futili schemi, sistemi, sovrastrutture, in cui risulta ingabbiato in questa vita il nostro vero Sé.

Una poliedricità di visione che ricerca e trova un nesso concordante fra le componenti elementari che vanno a formare micro e macro, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, in cui ogni minima unità è collegata, ogni atomo, cellula, struttura terrestre o celeste, cosmo, galassia, sistema solare in cui siamo in parte involontariamente, in parte volontariamente in virtù del nostro libero arbitrio immessi, e che è connessa all’ordine ultramondano da cui ogni essere proviene e a cui è destinato necessariamente a tornare.
L’artista procede con perizia grafica a delineare i contorni delle cose, sviluppando il proprio segno in una minuzia descrittiva che non perde d’occhio la visuale d’insieme del soggetto, definendo le proporzioni, sovente con l’ausilio e l’applicazione del numero aureo riscontrabile in ogni elemento naturale, curando la prospettiva, che spesso prevede differenti punti di fuga e raggiungendo un equilibrio compositivo coerente in qualsiasi dettaglio come nell’intero, racchiudendo il tutto in un nucleo sensitivo-conoscitivo che concentra in sé l’idea.
Le opere di Stefano Magnani esplicitano lo studio di una gamma coloristica personale e ricorrente, attinente al suo percorso immaginifico-formale: i rossi e le terre, il bianco e le gradazioni dei grigi e neri, che talora si sposano agli azzurri e blu, ai verdi freddi provocando contrasto e generando aperture verso ulteriori contenuti e approfondimenti. Perciò il quadro complessivo risulta all’esame concluso e compiuto, delimitando e circoscrivendo come un campo di profondità circolare, determinato dalla luminescenza diffusa provocata dalle gradazioni cromatiche, in cui lo sguardo è attirato a rifugiarsi, dapprima coinvolto da un’impressione di spaesamento emotivo e poi facendosi piacevolmente soggiogare da una sorta di forza gravitazionale centripeta che lascia annidare la coscienza e convoglia le ombre dell’inconscio in una sorta di grembo-rifugio, confortante, e ad un più attento esame, chiarificante.


Osserviamo ritrattato sul palcoscenico della vita il burattino che personifica ogni uomo e donna vivente, talora androgino, comunque antropomorfizzato nell’estrema articolazione delle membra, che mostrano di conservare una certa morbidezza materiale, carnale, accentuata anche dalle sfumature tenui degli ocra quasi rosei, snodandosi in pose e atteggiamenti estremamente sciolti, agili, aggraziati, conservando l’aspetto ingenuo e innocente di un bambino, districandosi negli innumerevoli inganni e tranelli della corporeità.
Questo Uomo-Bambino, alla ricerca del proprio sentiero di elevazione spirituale e sublimazione delle vane credenze appartenenti all’esistenza fisica, deve riuscire a raggiungere il punto più alto all’interno e fuori di sé, per riconoscersi frammento del Divino e trovare finalmente la pace.
Lo osserviamo talora col volto coperto da maschere che richiamano alla mente quelle della drammaturgia greca o del Teatro Nō, più o meno caratterizzate a personificare tipi umani, atteggiamenti e ruoli determinati da condizionamenti esterni, educazione, necessità, dissimulazione. Esso risulta sovente immesso in un proscenio delimitato da spessi e pesanti tendaggi rossi, collocato al centro di questo a portare in scena il suo personaggio, quello che la sorte, le inclinazioni, le debolezze e i blocchi causati dalle esperienze mondane hanno prodotto in lui.
In molti casi invece l’articolazione dell’opera appare tripartita: una porzione inferiore, terrena, caratterizzata molto spesso da tassellature di escheriana memoria che appaiono disgregarsi, frantumarsi, andare in pezzi, come scacchiere i cui pedoni abbiano improvvisamente deciso di abbandonare il gioco, distruzione di un mondo passato, una realtà illusoria, in disfacimento.

Si tratta di fabbricazioni enigmatiche, che assumono talvolta l’aspetto di rovine di templi, talvolta la configurazione poliedrica irregolare di costruzioni ultraterrene, astronavi aliene a ipotizzare l’esistenza di una dimensione oltremondana che possa presiedere da tempo immemore alle umane vicende.
Il burattino è in tali impianti compositivi collocato a metà della superficie, in una zona ben definita descritta dal numero di Fibonacci, un nucleo, identificazione con la Creazione e punto focale di scelta. In qualche esempio allargando le braccia, il burattino si pone come principio di concordanza degli opposti, espressi dalla linea orizzontale, mentre l’asse verticale, axis mundi, esplicita il fulcro di un movimento ascensionale verso l’alto, verso la sfera spirituale. I quattro bracci della croce sono inoltre congiunti secondo l’interpretazione della Geometria Sacra ai Quattro Elementi, i quali trovano bilanciamento e unione nel Quinto centrale, o Etere. A questa altezza convergono forme sferiche, corpi eterici, che simboleggiano la progressiva presa di consapevolezza dell’essere umano verso il sommo Bene.
Possiamo ravvisare in tutte le opere differenti tipi di collegamenti fra le sezioni suddette: enigmatici condotti o costruzioni tubolari che corrono lungo il piano del quadro sono associabili al sistema venoso e arterioso, linfatico, all’apparato digerente, comunque alla tangibilità, intesa come nutrimento-esplulsione, legata alle necessità di sostentamento e sopravvivenza effettiva; i fili che manovrano il Burattino-Uomo vengono retti da non sappiamo quale invisibile Deus Ex Machina, inconoscibile e inesorabile, sistema, meccanismo, volontà ineffabile, giogo che condiziona e priva il protagonista di qualsiasi possibile decisionalità, ingabbiandolo nel suo dovere, incasellandolo in emblematiche, costrittive scatole in cui ognuno porta avanti quotidianamente il suo dramma. Questi fili sono spezzati in alcuni casi, a testimonianza del bisogno di divincolarsi dai legacci che impediscono all’uomo di avvicinarsi alla verità e alla sua indispensabile e determinante presa di posizione; quei filamenti sottili, energetici ed eterei che vediamo connettere i differenti gradi di illuminazione e che sembrano espressione manifesta di un implicito entaglement quantistico fra tutte le creature; le sagome geometriche che definiscono i quattro elementi, e che procedono dal terreno al Sublime.
Quello che si prefigura dinnanzi ai nostri occhi, guardando e riflettendo sulle opere di Stefano Magnani è la contraddittorietà e l’assurda sofferenza propria alla condizione umana, riconoscibile in quel “velo di Maya” che il filosofo Schopenauer considerava frapporsi fra il fenomeno e il noumeno, da travalicare attraverso il riconoscimento degli archetipi, una sorta di “Uno, nessuno e centomila” dove l’illusorietà delle varie facce individuali possa finalmente dissolversi e stemperarsi nella fusione con l’Assoluto, matrice ultima di ogni manifestazione vivente, il cui seme divino è nascosto all’interno del cuore di ognuno di noi.

a cura di

Maria Palladino