La pittura di Egle Piaser possiede da sempre una qualità preponderantemente introspettiva e meditativa, alla ricerca del proprio sé più autentico e allo stesso tempo uno sguardo sul reale che è allusivo e disvelante, pur a voler schermare, nella ricchezza delle velature e delle gamme cromatiche, l’interiorità dall’esteriorità.

I suoi fiori sono anime, silenziose, magniloquenti, che nell’accentuazione delle proporzioni manifestano ancora maggiormente la loro fragilità e caducità, carnosi e volumetrici nello scandirsi dei toni e nelle gradazioni chiaroscurali.

Memori degli “Erbari” medievali, delle “Vanitas” seicentesche, come del Precisionismo americano fra le due guerre e di una certa Pop Art italiana, che nel rilievo dato al dettaglio mira a scoprire un determinato contenuto surreale.

I fiori di Egle sono idoli gotici, muti e discreti si dispongono ordinatamente in fila, acquisendo l’aspetto ieratico di entità soprannaturali, elementi distaccati dalla quotidianità, sebbene così radicati in essa.

Sono i moduli umani reiterati in forma di modelli, degli incisori nordici, sono ricordi che riaffiorano alla coscienza timidamente portando alla luce ciò che la ragione gelosamente serba.

Queste creature ci parlano del vissuto, di un percorso in via di definizione che pure vede già delinearsi i suoi frutti maturi, preziosi proprio per la loro fuggevole bellezza. Descrivendo un movimento ascensionale e circolare, distaccati dalla terra, vibranti, nitidi ed evanescenti, troppo delicati per essere colti.

www.eglepiaser.it

Maria Palladino – Critico d’arte e curatrice