Il lavoro di Christian Costa esprime una sintesi raffinata fra materia e forma, significante e significato, un’operazione concettuale che prende le mosse da una semplificazione progressiva della sostanza solida, oggetto della scultura, al fine di creare un rispecchiamento fra il sensibile e l’intelletto.

Un ossimoro che diviene fusione, sintesi, riflesso appunto, di un concetto il quale è applicabile su larga scala: il macro nel micro e viceversa, a testimonianza del fatto che siamo tutti singole, infinitesime componenti di un unico organismo, da preservare e da difendere coi mezzi a noi preposti d’elezione: l’intelligenza, la cultura, ma soprattutto l’intuizione, che da sola può instillarci il senso di questa intima e totale connessione.

Nascono così i “World’s Words”, e quindi i “World’s Words Burned” e i “Dented Worlds”, la cui forma sferica appare smaterializzarsi e perdere di peso, solido perfetto in cui ogni punto è ugualmente collegato al centro, sintesi degli elementi, effigie dell’infinito, come dalle parole di Maurits Cornelis Escher:”…anche se distorto e compresso, in questo piccolo cerchio”.

La luminosità è data dai materiali usati: nobili o meno nobili, acciaio o legno, entrambi acquistano lucentezza grazie alle rifiniture, come la foglia d’oro e l’argento, gli smalti.
I “Brand Worlds” echeggiano un’ironica critica alla società dei consumi, ma al di là di qualsiasi richiamo storico-artistico è interessante osservare, come in tutte le opere, la sospensione del giudizio che lascia all’abilità di desumere, ma soprattutto alla libertà di opinione individuale, il riconoscimento delle innumerevoli interpretazioni plausibili.

La scrittura crea intarsi di lettere modellate con la grafia personale, ed è un’appropriazione significativa, la quale pone un marchio di soggettività al proprio operato, assicura un’identità all’oggetto e lo rende unico.

I “Pannelli Led” di ultima fattura paiono rappresentare l’estrapolazione di una sezione su un piano di quanto descritto in precedenza, ora che la luce è aggiunta a fare maggiore chiarezza: geografie del possibile, ove l’occhio, riprendendo la forma sferica non è altro che, come secondo René Magritte, un “falso specchio”.
Maria Palladino – Critico d’arte e curatrice

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